La Veglia Pasquale

In data 16 gennaio 1988, la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato una lettera circolare sulla preparazione e celebrazione delle Feste Pasquali. È quanto mai opportuno conoscerla  per riscoprire l’importanza del Triduo pasquale e, in modo particolare, la Veglia Pasquale. “Per antichissima tradizione questa notte è «in onore del Signore» e la veglia che in essa si celebra commemorando la notte santa in cui Cristo è risorto è considerata come «madre di tutte le sante veglie».

In questa veglia infatti la Chiesa rimane in attesa della risurrezione del Signore e la celebra con i sacramenti dell’iniziazione cristiana” (LC, 77). La veglia si caratterizza per la sua celebrazione notturna. “L’intera celebrazione della veglia pasquale si svolge di notte; essa quindi deve o cominciare dopo l’inizio della notte o terminare prima dell’alba della domenica” (LC, 78). La Veglia pasquale si rifà alla veglia in cui gli ebrei attesero di notte il passaggio del Signore che li liberava dalla schiavitù del faraone. Era la figura della futura vera pasqua di Cristo (LC,79). “Fin dall’inizio la Chiesa ha celebrato la pasqua annuale, solennità delle solennità, con una veglia notturna” (LC,80). “La veglia si svolge in questo modo: dopo il lucernario  e il Preconio pasquale (prima parte della veglia), la santa chiesa medita «le meraviglie» che il Signore ha compiuto per il suo popolo fin dall’inizio (seconda parte o Liturgia della Parola), fino al momento in cui, con i suoi membri rigenerati nel battesimo (terza parte), viene invitata alla mensa che il Signore ha preparato al suo popolo, memoriale della sua morte e risurrezione, in attesa della sua venuta (quarta parte)” (LC, 81).

La prima parte comprende azioni simboliche e gesti, che devono essere compiuti con una tale ampiezza e nobiltà, che i fedeli possano veramente apprenderne il significato, suggerito dalle munizioni e dalle orazioni liturgiche” (LC, 82). Si sottolinea l’esigenza della verità dei segni: il fuoco, che deve illuminare la notte, il cero pasquale fatto di cera, ogni anno nuovo, unico, di grandezza notevole per poter rievocare che Cristo è la luce del mondo.

La seconda parte è costituita dalla Liturgia della Parola. Le letture “descrivono gli avvenimenti culminanti della storia della salvezza, che i fedeli devono poter serenamente meditare nel loro animo attraverso il canto del salmo responsoriale, il silenzio e l’orazione del celebrante” (LC, 85). Vengono proclamate sette letture dell’Antico Testamento prese dai libri della legge e dei profeti e due letture del Nuovo Testamento, prese dalle lettere degli Apostoli e dal Vangelo. “Così la Chiesa «cominciando da Mosè e da tutti i profeti» interpreta il mistero pasquale di Cristo. Pertanto tutte le letture siano lette, dovunque sia possibile, in modo da rispettare completamente la natura della veglia pasquale, che esige il tempo dovuto” (LC, 85). Dopo l’Epistola si canta solennemente l’Alleluia.

La terza parte  della veglia è costituita dalla liturgia battesimale. Ora viene celebrata nel sacramento la pasqua di Cristo e nostra. Ciò può essere espresso in maniera completa in quelle chiese dove c’è il fonte battesimale e avviene l’Iniziazione cristiana degli adulti, o almeno si celebra il battesimo dei bambini. A tutti viene offerta la possibilità di rinnovare le Promesse Battesimali e di essere aspersi con l’acqua; gesti e parole che ricordano il battesimo ricevuto.

“La celebrazione dell’Eucaristia forma la quarta parte della veglia e il suo culmine, essendo in modo pieno il Sacramento della Pasqua, cioè memoriale del sacrificio della croce e presenza del Cristo risorto, completamento dell’iniziazione cristiana, pregustazione della pasqua eterna” (LC, 90). “È desiderabile che sia raggiunta la pienezza del segno eucaristico con la comunione della Veglia pasquale, ricevuta sotto le specie del pane e del vino” (LC, 92). “La liturgia della veglia pasquale sia compiuta in modo da poterne offrire al popolo cristiano la ricchezza dei riti e delle orazioni; è importante che sia rispettata la verità dei segni, che sia favorita la partecipazione dei fedeli, che venga assicurata nella celebrazione la presenza dei ministranti, dei lettori e della «schola» dei cantori” (LC, 93).

Giuseppe Mattana