Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di lei fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell'Annunciazione, mentre Giuseppe - come è già stato detto - al momento della sua «annunciazione» non proferì alcuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore» (Mt 1,24). E questo primo «fece» divenne l'inizio della «via di Giuseppe». Lungo questa via i Vangeli non annotano alcuna parola detta da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19). (Redemptoris custos, 17)

Così Dio associa alla sua vita di amore l’uomo e, anche se l’uomo si allontana da Lui, Egli non rimane distante e gli va incontro. Questo suo venirci incontro, culminato nell’incarnazione del Figlio, è la sua misericordia; è il suo modo di esprimersi verso di noi peccatori, il suo volto che ci guarda e si prende cura di noi. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

La paternità di S. Giuseppe si è espressa concretamente «nell'aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell'incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell'aver usato dell'autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sè, della sua vita, del suo lavoro; nell'aver convertito la sua umana vocazione all'amore domestico nella sovrumana oblazione di sè, del suo cuore e di ogni capacità nell'amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa» («Insegnamenti di Paolo VI».

L’Anno giubilare che stiamo vivendo è anche l’occasione per ritornare a questo cuore pulsante della nostra vita e della nostra testimonianza, al centro dell’annuncio di fede: «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dio non ha semplicemente il desiderio o la capacità di amare; Dio è carità: la carità è la sua essenza, la sua natura. Egli è unico, ma non è solitario; non può stare da solo, non può chiudersi in Sé stesso, perché è comunione, è carità, e la carità per sua natura si comunica, si diffonde. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l'esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente «ministro della salvezza» (cfr. S. Ioannis Chrysostomi, «In Matth. Hom.», V, 3: PG 57, 57s). (Redemptoris custos, 8).

La carità sta dunque al centro della vita della Chiesa e ne è veramente il cuore, come diceva santa Teresa di Gesù Bambino. Sia per il singolo fedele, sia per la comunità cristiana nel suo insieme vale la parola di Gesù, secondo cui la carità è il primo e il più alto dei comandamenti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza … Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mc 12,30-31). (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

In questo Anno giubilare ho voluto sottolineare che tutti possiamo vivere la grazia del Giubileo proprio mettendo in pratica le opere di misericordia corporale e spirituale: vivere le opere di misericordia significa coniugare il verbo amare secondo Gesù. E così, tutti insieme, contribuiamo concretamente alla grande missione della Chiesa di comunicare l’amore di Dio, che vuole diffondersi. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

La prima Enciclica di Papa Benedetto XVI tratta un tema che permette di ripercorrere tutta la storia della Chiesa, che è anche storia di carità. È una storia di amore ricevuto da Dio, che va portato al mondo: questa carità ricevuta e donata è il cardine della storia della Chiesa e della storia di ciascuno di noi. L’atto di carità, infatti, non è solo un’elemosina per lavarsi la coscienza; include «un’attenzione d’amore rivolta all’altro» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 199), che considera l’altro «un’unica cosa con sé stesso» e desidera condividere l’amicizia con Dio. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

Il primo aspetto che l’Enciclica ci ricorda è proprio il volto di Dio: chi è il Dio che in Cristo possiamo incontrare, com’è fedele e insuperabile il suo amore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ogni forma di amore, di solidarietà, di condivisione è solo un riflesso di quella carità che è Dio. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

Questo anno della Misericordia può essere un tempo favorevole per suggerire, anzitutto a noi stessi, ma anche a quanti raggiungiamo con la nostra azione pastorale, percorsi di riconciliazione oltre che con dio anche con se stessi e con i fratelli. l’uomo ha bisogno di riconciliarsi con il proprio passato, con le ferite della propria storia personale, così come ha bisogno di riconciliarsi con il prossimo da cui è stato offeso per giungere a provare la gioia del perdono. Il cammino di riconciliazione richiede tempo e aiuto, umiltà e preghiera, ma è necessario per guarire tante sofferenze che portiamo nel cuore. (CEI, UNPS)

«Il programma di Gesù – è scritto nell’Enciclica – è “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (n. 31). Carità e misericordia sono così strettamente legate, perché sono il modo di essere e di agire di Dio: la sua identità e il suo nome. (Papa Francesco, 26 febbraio, Discorso in occasione del decimo  anniversario della Deus Caritas est).

Dio accoglie l’uomo così com’è, peccatore, e lo ama non nonostante il fatto che sia peccatore bensì proprio perché tale. Poiché il peccato è la causa originale della sofferenza e della finitezza umana, dio è alleato dell’uomo nel combattere ogni forma di male. egli, infatti, non sopporta che l’uomo, da lui creato libero e felice, soffra, ma desidera che arrivi a pienezza di vita. (CEI, UNPS)

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