«L’invidia uccide — ha ribadito Francesco — e non tollera che un altro abbia qualcosa che io non ho». E sempre crea sofferenza, «perché il cuore dell’invidioso o del geloso soffre: è un cuore sofferente». Proprio «quella sofferenza lo porta avanti a desiderare la morte degli altri».(Papa Francesco, vedi Omelia 21 gennaio 2016).

Arriviamo alle chiacchiere: le chiacchiere, pure, possono uccidere, perché uccidono la fama delle persone! È tanto brutto chiacchierare! All’inizio può sembrare una cosa piacevole, anche divertente, come succhiare una caramella. Ma alla fine, ci riempie il cuore di amarezza, e avvelena anche noi. Vi dico la verità, sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerebbe santo! È una bella strada! Vogliamo diventare santi? Sì o no? [Piazza: Si!] Vogliamo vivere attaccati alle chiacchiere come abitudine? Sì o no? [Piazza: No!] Allora siamo d’accordo: niente chiacchiere! (Angelus 16 febbraio 2014)

«Cosa brutta è l’invidia!» Si tratta, infatti, di «un atteggiamento, un peccato brutto». E «nel cuore la gelosia o l’invidia cresce come l’erba cattiva: cresce e soffoca l’erba buona». E così «tutto quello che gli sembra fare ombra, gli fa male: non è in pace. È un cuore tormentato, è un cuore brutto». E «il cuore invidioso porta ad uccidere, alla morte». (Papa Francesco, vedi Omelia 21 gennaio 2016).

«Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; … Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio» (vv. 21-22). Con questo, Gesù ci ricorda che anche le parole possono uccidere! Quando si dice di una persona che ha la lingua di serpente, cosa si vuol dire? Che le sue parole uccidono! Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia. Neppure sparlare su di lui. (Angelus 16 febbraio 2014)

In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Però l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell'eternità, che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte. (GS 18)

Nel Vangelo di Matteo, le parole di Gesù sono nette: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna». Perciò, «quando sentiamo persone che si dicono tante cose brutte», bisogna sempre ricordare che dando dello «stupido» o del «pazzo» si uccide il fratello, perché l’insulto «ha una radice di odio». Esso infatti «nasce dalla stessa radice del crimine: è la stessa, l’odio!». Invece,  «cercare insulti è una abitudine molto comune fra noi». C’è «gente — ha notato — che per esprimere il suo odio contro un’altra persona ha una capacità impressionante». E non pensa quanto faccia male «sgridare e insultare». Papa Francesco, Omelia 12 giugno 2014)

“Dio, sul fare del giorno t’invoco: aiutami a pregare e a concentrare su di te i miei pensieri, perché da solo non lo so fare. E buio dentro di me, ma presso di te c’è la luce; sono solo, ma io so che tu non mi abbandoni; sono impaurito, ma presso dite c’è l’aiuto; sono inquieto, ma presso di te c’è la pace; in me c’è amarezza, ma presso di te c’è la pazienza; io non comprendo le tue vie, ma la mia via tu la conosci (D. Bonhoeffer).

Correggere il fratello è un servizio, ed è possibile ed efficace solo se ciascuno si riconosce peccatore e bisognoso del perdono del Signore. La stessa coscienza che mi fa riconoscere lo sbaglio dell’altro, prima ancora mi ricorda che io stesso ho sbagliato e sbaglio tante volte. Per questo, all’inizio della Messa, ogni volta siamo invitati a riconoscere davanti al Signore di essere peccatori, esprimendo con le parole e con i gesti il sincero pentimento del cuore. E diciamo: “Abbi pietà di me, Signore. Io sono peccatore!. Confesso, Dio Onnipotente, i miei peccati”. E non diciamo: “Signore, abbi pietà di questo che è accanto a me, o di questa, che sono peccatori”. No! “Abbi pietà di me!”. (Angelus, 7 settembre 2014).

«Gran male è la maldicenza,  il demonio turbolento che non lascia un istante in pace l'uomo. Da essa nascono gli odi, si producono i dissensi, s'infiammano le contese, si generano i sospetti. Di un amico essa te ne fa, senza ragionevole motivo, un nemico; mette a soqquadro le famiglie; arma città pacifiche; scioglie i legami della pace che è sì bella; spezza il potente vincolo della carità. Chi si abbandona alla maldicenza diviene schiavo del demonio». (S. Giovanni Crisostomo, Homil. in Psalm.C ).

E’ molto brutto vedere uscire dalla bocca di un cristiano un insulto o una aggressione. E’ brutto. Capito? Niente insulto! Insultare non è cristiano. Capito? Insultare non è cristiano. In realtà, davanti a Dio siamo tutti peccatori e bisognosi di perdono. Tutti. Gesù infatti ci ha detto di non giudicare. La correzione fraterna è un aspetto dell’amore e della comunione che devono regnare nella comunità cristiana, è un servizio reciproco che possiamo e dobbiamo renderci gli uni gli altri. (Angelus, 7 settembre 2014).

Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo. L’amore al prossimo è un atteggiamento talmente fondamentale che Gesù arriva ad affermare che il nostro rapporto con Dio non può essere sincero se non vogliamo fare pace con il prossimo. E dice così: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello» (vv. 23-24). Perciò siamo chiamati a riconciliarci con i nostri fratelli prima di manifestare la nostra devozione al Signore nella preghiera. (Angelus 16 febbraio 2014)

Perché, voi sapete, anche le parole uccidono! Quando io sparlo, quando io faccio una critica ingiusta, quando io “spello” un fratello con la mia lingua, questo è uccidere la fama dell’altro! Anche le parole uccidono. Facciamo attenzione a questo. Nello stesso tempo questa discrezione di parlargli da solo ha lo scopo di non mortificare inutilmente il peccatore. Si parla fra i due, nessuno se ne accorge e tutto è finito. È alla luce di questa esigenza che si comprende anche la serie successiva di interventi, che prevede il coinvolgimento di alcuni testimoni e poi addirittura della comunità. (Angelus, 7 settembre 2014).

Articoli recenti