“O Signore, come è timida la mia fede se la confronto con quella di Stefano! Come è fragile il mio camminare! Quante volte sono tentato di accusare di intransigenza ogni atteggiamento di fermezza! Aiutami a non essere prigioniero del mio quieto vivere. Aiutami a discernere. Aiutami a non venir meno dal mio compito di tuo testimone”

“Possiamo domandarci: in coscienza, forse che io penso da cristiano? Il mio stato d’animo si ispira alla verità che Cristo ci ha insegnato? Non siamo piuttosto facilmente portati a prendere per guida dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, delle nostre azioni, il nostro stato d’animo personale con un’autonomia che ben spesso non ammette consigli né confronti? Penso davvero da cristiano? Il cristiano è un essere nuovo, originale, felice, come afferma anche B. Pascal: «Nessuno è felice come un vero cristiano, nessuno è così ragionevole, virtuoso, amabile» (Pensieri, 541) (PAOLO VI, Udienza generale dell’8 gennaio 1975).

Stefano ha il fascino del testimone coraggioso e intrepido, che sfida gli avversari, che non li blandisce, che non cerca di difendersi, ma che proclama con una lucidità impressionante la propria fede. Non usa — volutamente — neppure un pizzico di diplomazia. Il diacono è presentato come colui che ha compreso sino in fondo la portata della novità cristiana, la rottura che la fede in Cristo implicava nei confronti di una certa tradizione fossilizzata, la necessità di non lasciarsi imprigionare da compromessi di nessun genere.

Il Gesù della Pasqua non può essere “trattenuto” e trovato dove si vorrebbe. Egli rimane per sempre il Vivente e il Veniente che conferisce “mobilità” missionaria al suo corpo ecclesiale. La tomba vuota non è meta di dolenti pellegrinaggi, ma è il punto di partenza per una “Chiesa in uscita”

Nella terza settimana di Pasqua, gli Atti degli Apostoli presentano la figura di Stefano, testimone scelto da Dio per far conoscere la sua volontà, esempio di coraggio nell’annunciare con franchezza il Vangelo. “Dobbiamo dare una tonalità di coraggio alla nostra vita cristiana, privata e pubblica, per non diventare insignificanti sul piano spirituale e persino complici del crollo generale. Non cer- chiamo forse illegittimamente, nella nostra libertà personale, il pretesto per lasciarci imporre dagli altri il giogo di opinioni inaccettabili?” (PAOLO VI)

“Non si può vivere la Pasqua senza entrare nel mistero. Non è un fatto intellettuale, non è solo conoscere, leggere… E’ di più, è molto di più! “Entrare nel mistero” significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla (cfr 1 Re 19,12)”. (Dall’Omelia di Papa Francesco durante la Veglia Pasquale, 4 aprile 2015

La gioia pasquale cresce e avrà la sua pienezza nella vita eterna, nella risurrezione futura. La nostra gioia, quindi, è la speranza di diventare eredi del regno dei cieli, la speranza di risorgere con Cristo anche nel corpo. Gioia vissuta, sperimentata, pregustata sulla terra come pellegrini, ma destinata a crescere fino alla mèta della beata eternità.

E in nome della superiore volontà di Dio che è necessario ingaggiare un vero ‘combattimento culturale’, per smascherare il pericolo della omologazione pagana. Ma questo presuppone un ‘combattimento spirituale’, in nome di una esperienza forte di Cristo. C’è qui un ulteriore invito alla testimonianza aperta e coraggiosa, che non vuole imporre nulla, ma che non vuole neppure ricevere imposizioni di occultare quanto di più caro, di più dolce, di più importante muove la nostra vita.

La sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. (Papa Francesco)

Domenica in Albis o della Divina Misericordia -

 “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; »a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi»” (Gv 20,19-23). Lo Spirito che Gesù alita su di loro, principio di una creazione nuova (Gen 2,7), conferisce agli apostoli una missione che prolunga la sua, nel tempo e nello spazio, e partecipa loro il potere divino di liberare dal peccato.

“La pace di Dio è la fedeltà di Dio a dispetto della nostra infedeltà. Nella pace di Dio noi siamo posti al sicuro, siamo protetti e amati. Certo, egli non ci leva del tutto la nostra preoccupazione, la nostra responsabilità, la nostra inquietudine; ma dietro tutte le nostre agitazioni e a tutte le nostre preoccupazioni si è levato l’arcobaleno della pace divina: noi sappiamo che c’è chi porta la nostra vita, che essa è in unità con la vita eterna di Dio”. (D. BONHOEFFER, Memoria e fedeltà)

Sabato di Pasqua -
 È meglio obbedire a Dio che agli uomini: è un criterio che va rispolverato di fronte alla prepotenza del mondo, che attraverso i media e altri mezzi onnipotenti, vuole livellare il modo di pensare e di valutare tipico del cristiano sul basso livello dei consumi e degli orizzonti esclusivamente intramondani. L’identità cristiana subisce un’aggressione sempre più aperta, anche se il più delle volte soft e subdola, facendo passare per normale e ovvio quello che spesso non è che detestabile comportamento.

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